Auguri di buona Pasqua

Nonostante tutto, “Ecchesce a Ppasqua”

Eh sì, cari amici: “Ecchesce a Ppasqua”. Una Pasqua che davvero mai avremmo pensato di dover vivere in questo modo. Ma a noi la tigna non manca, e dunque in attesa di poterci incontrare di nuovo, ecco comunque i nostri auguri, fatti ovviamente con un sonetto del nostro grande Belli.

 

La Santa Pasqua

Ecchesce a Ppasqua. Ggià lo vedi, Nino:

la tavola è infiorata sana sana

d’erba-santa-maria, menta romana,

sarvia, perza, vïole e ttrosmarino.

*

Ggià ssò ppronti dall’antra sittimana

diesci fiaschetti e un bon baril de vino.

Ggià ppe ggrazzia de Ddio fuma er cammino

pe ccelebbrà sta festa a la cristiana.

*

Cristo è risusscitato: alegramente!

In sta ggiornata nun z’abbadi a spesa

e nun ze penzi a gguai un accidente.

*

Brodetto, ova, salame, zuppa ingresa,

carciofoli, granelli e ’r rimanente,

tutto a la grolia de la Santa Cchiesa.

 

Il senso di liberazione connesso alla fine del digiuno quaresimale esplode in questo sonetto che rappresenta un vero e proprio trionfo del cibo e del mangiare: Cristo è risusscitato: alegramente!, grido quest’ultimo che risuona altre volte nel mondo dei sonetti e sempre per sottolineare la liberazione da un qualche incubo. Il nesso cibo-fede si rivela ancora una volta uno dei nodi profondi e misteriosi della religione, su cui si muove la riflessione, comica e sdegnata, di Belli. Al tempo stesso il sonetto, fedele alla poetica del «monumento», costituisce anche la memoria e la testimonianza del menu pasquale, che viene qui passato in rassegna con assoluto scrupolo documentario, un pranzo che si trasformava in una grande abbuffata, sempre e soltanto, ovviamente, a la grolia de la Santa Cchiesa (e in grolia peraltro non sfugga l’assonanza con il precedente granelli, “testicoli”).

E allora eccolo il pranzo pasquale.

Si comincia dalla tavola, “infiorata” da un trionfo di erbe: l’“erba-santa-maria”, che appunto è un altro nome della menta romana, la salvia, la persa (o maggiorana), le viole (le violacciocche) e il rosmarino.  Già  sono pronti dalla settimana scorsa dieci fiaschi e un barile dell’immancabile vino (che se di per sé è immancabile, certo è centrale e fondamentale a Pasqua).

Dopo aver citato il brodetto, che apriva il pranzo, Belli cita le uova e il salame, che sono il cibo della tipica colazione romana. E infatti la mattina di Pasqua in tutte le famiglie romane (e tuttora l’usanza appare abbastanza viva) c’era l’abitudine di mangiare uova sode e salame. E lo strano è che quella pietanza non si mangia in nessun’altra giornata dell’anno. Belli parla di questa usanza con particolare competenza, visto che vi aveva dedicato uno studio specifico poi elaborato nello Zibaldone: in queste pagine parte dalle cerimonie che l’umanità da sempre ha fatto per commemorare l’«universale catastrofe» (il diluvio), nelle quali si adorava «quella figura della parte virile generatrice», e cioè il fallo: così i baccanali in Grecia, le feste dell’Indostan e d’America; accanto al simulacro del fallo presto appare anche quello delle uova: in Macrobio, in Tazio, in Varrone, nell’antico Egitto, in Cina, in Persia, in tutta Europa. «Vedansi quindi quale riposta origine tragga l’uso delle uova e de’ così detti salami che presso di noi mangiansi con certo religioso culto nel tempo pasquale, il qual tempo è quello effettivamente della spirituale rigenerazione degli uomini compiuta secondo i cristiani nella morte e risurrezione del loro Salvatore».

A questa usanza Belli poi dedica un sonetto, L’ova e ’r zalame (1154), del 4 aprile 1834, che apre con una constatazione condivisibile:

 

A oggni pasqua che vviè, ppropio st’usanza

pare, che sso… cche mm’arieschi nova.

Non ze fa ccolazzione e nnun ze pranza

si mmanca er piatto de salame e dd’ova.

 

E in effetti è vero che si tratta di una “usanza” che si fa, curiosamente, soltanto a Pasqua. Poi il sonetto si chiede come mai questo cibo sia così particolare: indubbiamente ha una “fragranza” particolare (in realtà nel sonetto Belli usa un malizioso sproposito perché dice freganza, con una deformazione che allude al verbo “fregare”, “avere rapporti sessuali”): è insomma ovvio che l’abbinamento fra salame e uova sode si presti a un facile (perfino evidente) paragone con il sesso maschile (tant’è vero che, conclude il sonetto, le donne ne sono particolarmente ghiotte), coerente peraltro con quel culto pasquale di “rigenerazione” e rinascita di cui aveva parlato nelle pagine dello Zibaldone.

Quanto poi sia centrale questo aspetto è confermato dal fatto che, come scrive Belli, a Roma la Pasqua di Resurrezione è appunto nota come Pasqua dell’ova, da distinguersi, come si legge in nota al sonetto La bbonidizzione de le case (934), «dalle altre Pasque dell’anno, che sono la Pasqua-rosa (Pentecoste) e la Pasqua-befania (Epifania)».

Dopo questa colazione, cominciamo il pranzo.

Anzitutto il brodetto: che è la minestra indicata da Belli in nota (“Minestra di pane con brodo coagulato per via di uovi”), ma è anche l’intingolo a base di uova con cui si condisce l’agnello, detto in questo caso “abbacchio brodettato”, tipico piatto pasquale romano. Poi c’è la zuppa ingresa: zuppa inglese, carciofi, testicoli, e il “rimanente”, e cioè ovviamente l’immancabile abbacchio, ma anche quel trionfo di leccornie che i “pizzicagnoli” romani avevano preparato nei giorni immediatamente precedenti alla Pasqua, come Belli scrive in nota al sonetto Er giro de le pizzicarie (933) del 5 aprile 1833: “Nelle due sere del giovedí e venerdí santo i pizzicagnoli addobbano le loro botteghe con una quantità tale di carni salate, di caci, ed altre somiglianti delicature, che ne sono totalmente ricoperte le pareti e i soffitti. Le varie forme e i diversi colori di simili oggetti, stimolanti l’appetito di un popolo che si dovrebbe supporre essersene astenuto per 46 giorni, vi sono calcolati e studiati all’ornamento più o meno elegante in proporzione del genio architettonico del pizzicagnolo. Inoltre, lontananze di uovi, con in fondo specchiere per raddoppiarle, stellette di talchi: zampilletti artificiali di acque: pesci natanti intorno ad uccelli rinchiusi gli uni e gli altri in campane di doppia fodera: misteri della Passione dipinti intorno a lanternoni di carta, bilicati, e aggirati dalle correnti opposte di gas e d’aria atmosferica mercé una interna candela in combustione: finalmente, figure sacre e profane modellate in burro, o, se è freddo, anche in distrutto di maiale, ecc. ecc., formano, all’uopo di copiosa illuminazione a più colori, un corredo di pompa edificante che attrae un gran numero di divoti in giro di visita, ciò che per le donne specialmente diviene una specie di carnevaletto in quaresima.”

Una specie di “carnevaletto in quaresima”, insomma, costruito con gli altri cibi pasquali, caciotte, salsicce, strutto, prosciutto, burro, salame…

Ecco: proprio con questa immagine vogliamo augurarvi e augurarci una buona Pasqua: siamo si in una quaresima (o quarantena che dir si voglia), ma la voglia di vivere, di esserci, di condividere, di abbracciarci (ehi, attenzione… comunque “a debbita distanza”!) rimane sempre forte e nostro.

Buona Pasqua

 

Marcello Teodonio